I criteri necessari alla diagnosi

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Causa la grave confusione terminologica, nel 1994 la Multi-Society Task Force sullo stato vegetativo persistente ha definito i criteri necessari per diagnosticarlo (1,2):

Nessuna evidenza o consapevolezza di sé o dell’ambiente ed incapacità ad interagire con gli altri.
Nessuna evidenza di risposte comportamentali sostenute, riproducibili, finalizzate o volontarie a stimoli visivi, uditivi, tattili o nocicettivi.
Nessuna evidenza di espressione o comprensione del linguaggio.
Vigilanza intermittente per la presenza di cicli sonno-veglia.
Funzioni autonomiche dell’ipotalamo e del tronco encefalo sufficientemente conservate in modo da permettere la sopravvivenza con cure mediche ed infermieristiche.
Riflessi dei nervi cranici (pupillari, oculo-cefalici, corneali, oculo-vestibolari e faringeo) e riflessi spinali preservati.
La Task Force ha in seguito dichiarato la situazione di stato vegetativo praticamente irreversibile se perdura 12 mesi dopo una lesione traumatica o 3 mesi nel caso di una lesione non traumatica.

Tale condizione di dichiarata irreversibilità viene denominata stato vegetativo permanente. Questi limiti possono essere usati da un medico per determinare quando uno stato vegetativo persistente diventa permanente, cioè, quando un medico può dichiarare alla famiglia del paziente o altri aventi diritto che, con un alto grado di certezza medica, non c’è ulteriore speranza per un recupero della coscienza o che, se la coscienza viene recuperata, il paziente resterebbe gravemente inabile (2).

In realtà la questione dello stato di coscienza di questi pazienti, intesa come consapevolezza di sé e come capacità di sperimentare sensazioni, è molto controversa e solleva questioni etiche di grave importanza. Infatti tutti i ragionamenti che si fanno attorno a questi malati, ed in particolare quello che vorrebbe riconosciuta la liceità morale della sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione, si basano infatti su due affermazioni non dimostrate: in nessun momento questi pazienti sono consapevoli di sé e dell’ambiente, e mai sono in grado di provare dolore o sofferenza (4). Dobbiamo inoltre non dimenticare che “stato vegetativo persistente” non indica una diagnosi, ma una prognosi e quindi ha un contenuto probabilistico.

A tutt’oggi non è possibile definire con certezza uno stato vegetativo come irreversibile, almeno nel senso di una mancata ripresa della coscienza. Ciò è particolarmente vero nel caso di lesioni cerebrali post-traumatiche. Nella maggior parte dei casi è tuttavia possibile predire un rischio di disabilità severa. Se questo dato debba poi essere utilizzato per commisurare l’intensità dell’approccio terapeutico rimane da stabilire, soprattutto in funzione della definizione di outcome accettabile (4).